I lavoratori più anziani sono i primi a subire i processi di razionalizzazione e ristrutturazione delle imprese.
Troppo giovani per andare in pensione e troppo vecchi per continuare a lavorare. E' questo il destino per le persone che hanno superato la soglia dei 45-50 anni. Un destino paradossale, anzi doppiamente paradossale, in una fase, come l'attuale, in cui i bilanci degli enti previdenziali impongono l'allungamento della vita professionale e lo spostamento in avanti nel tempo dell'età pensionabile. Tant'è, il mercato va da un'altra parte e oggi i "senior" sono i primi a subire le conseguenze delle tante razionalizzazioni e ristrutturazioni aziendali. Le imprese, se devono tagliare il personale, hanno pochi dubbi su chi colpire: la scelta cade quasi sempre sui lavoratori più anziani, che dalla loro hanno l'esperienza, ma sono considerati poco flessibili (in senso generale) e, soprattutto, "costano" più dei giovani. Il problema, serio, è al centro dell'azione di due associazioni ad hoc, nate di recente: l'Atdal (Associazione per la tutela dei diritti acquisiti dei lavoratori) e l'Associazione lavoro over 40. Le due realtà si rivolgono in particolare a profili professionali medio-alti e, come si legge in una nota, si "adoperano attivamente per trovare soluzioni concrete agli urgenti bisogni dei lavoratori disoccupati. Promuovono progetti e forniscono assistenza sulla ricollocazione, sensibilizzano le istituzioni affinché vengano varate normative che consentano la valorizzazione e il reinserimento nelle attività produttive di queste persone, realizzano convegni e pubblicazioni...".
L'Atdal è stata fondata nel 2002 e ha sede a Milano. "L'associazione - spiega il presidente Armando Rinaldi, ex dirigente d'azienda licenziato a 53 anni - è stata fondata per dare voce alle persone espulse dal mercato in età matura, che noi stimiamo siano tra le 700mila e il milione in Italia. Io stesso ho vissuto questa brutta esperienza: nei tre anni che mi mancavano alla pensione ho fatto qualche lavoretto, me la sono cavata, ma è stata dura. Noi ci proponiamo ai lavoratori come punto di riferimento organizzativo per una comune battaglia, da condurre in tutte le sedi istituzionali, per denunciare la drammatica condizione di chi con la perdita del lavoro si trova privato di ogni tipo di reddito, di chi si è visto negare il diritto di accesso alla pensione, di chi, infine, lavora sopportando una situazione di pesante emarginazione e teme di essere la prossima vittima di un taglio occupazionale. L'impegno principale è quello di sensibilizzare le parti in causa per trovare delle soluzioni. In questi anni siamo stati sentiti tre volte dalla Commissione lavoro e previdenza sociale del Senato che ha condotto un'indagine sul tema. Un'indagine da cui sono nati alcuni progetti di legge, che per ora giacciono in Parlamento. Il problema è grave, perché oltre all'aspetto economico, comunque importantissimo, investe anche la dimensione psicologica. Molte persone fra quelle che si rivolgono a noi sono disperate, distrutte, ormai prive di autostima".
L'Associazione over 40 è nata nel 2003, da una "costola" dell'Atdal, ed è domiciliata a Merate, nel lecchese. La prima può essere considerata il "braccio operativo" della seconda. Le due realtà operano in coppia, una sul piano politico e culturale, l'altra su quello più pratico. "L'Associazione over 40 - osserva il presidente Giuseppe Zaffarano, anch'egli quadro aziendale licenziato e poi 'riconvertitosi' in lavoratore autonomo - è nata dalla necessità di dare risposte concrete alle esigenze dei disoccupati maturi. Noi, ad esempio, organizziamo corsi di formazione gratuiti e teniamo una banca dati di nominativi da utilizzare all'occorrenza. Per citare un'iniziativa, abbiamo collaborato con Italia Lavoro ad un progetto che ha ricollocato 900 persone, 200 circa delle quali in Lombardia. In termini concreti, per affrontare il problema, bisognerebbe agire in diverse direzioni.
Noi chiediamo un aumento dei controlli sulle discriminazioni per età nei luoghi di lavoro; la possibilità per i lavoratori disoccupati over 40 di poter avviare cooperative sociali; aiuti e incentivi all'autoimprenditorialità; l'introduzione di misure di sostegno al reddito, l'apertura di sportelli ad hoc, con operatori specializzati, presso i centri per l'impiego, dedicati a questa categoria di lavoratori. Uno è stato inaugurato di recente dalla Provincia di Milano. Occorre muoversi, la situazione è preoccupante. Noi siamo una goccia nell'oceano. Sa cosa ci chiedono le persone che ci contattano: mi trovate un posto di lavoro entro domani?".
La gravità del problema emerge anche da due recenti indagini condotte dalla Sda Bocconi e dall'Eurispes. I ricercatori dell'ateneo milanese hanno rilevato che un milione e seicentomila italiani dai 45 anni in su ritengono di essere stati discriminati, sul posto di lavoro, per la loro età e mezzo milione sostiene che l'età sia stata causa di licenziamento. Il profilo tipico del discriminato è quello di un abitante di una grande città (soprattutto nel centro e nord-ovest), colto e appartenente alle classi medio-alte.
Non solo, il 24% degli italiani dichiara di conoscere lavoratori dipendenti over45 penalizzati e discriminati e più del 53% esprime un livello di allarme alto o altissimo sulle dinamiche del mercato del lavoro per questa fascia d'età. Le persone tra i 40 e i 60 anni vengono indicate dal 35-40% della popolazione tra quelle che rischiano di essere licenziate più facilmente, ma, soprattutto, sono viste come quelle che faticano di più a trovare un nuovo impiego equivalente.
Altrettanto preoccupante è il quadro disegnato dall'Eurispes secondo cui nel 2004, in Italia, ogni cento persone con un'età compresa tra i 55 e i 64 anni, ne lavoravano soltanto 31, contro 41 della Francia, 43 della Germania, 57 del Regno Unito e, prima tra le nazioni europee, le oltre 70 persone della Svezia.